Philippe "Phil" Heilbeg, figlio di un commeciante di caffè, che per 9 anni ha lavorato come trader all'American International Group, colosso americano nei servizi assicurativi e finanziari, operando soprattutto nel mercato dei cambi e dei metalli nelle ex repubbliche e in estremo oriente.
Nel 1999 si è messo in proprio fondando a New York la Jarch Capital e nel 2002 si è innamorato delle possibilità offerte dalle risorse naturali del Sudan del Sud. La regione era ancora scossa da una guerra civile durata 20 anni e conclusa ufficialmente solo nel 2005, con la previsione di un referendum per l'indipendenza dea nord che si dovrebbe svolgere nel 2011.
"C'è molta ricchezza da accumulare in un cambio di sovranità" ha affermato Heilberg, annunciando agli inizi del 2009 di essersi assicurato i diritti su 400 mila ettari di terra coltivabile: un'area grande quanto Dubai.
Lo ha fatto acquisendo la maggioranza di una società sudanese controllata dal figlio del generale Paulino Matip, numero due del Sudan People's Liberation Army (SPLA), l'esercito della regione autonoma del sud. Matip è un ex combattente di etnia Nuer, protagonista di una guerra tra opposte fazioni dello stesso fronte, nella quale riuscì anche a guadagnarsi l'appoggio di Khartoum, il grande nemico del Sud. Sul piatto c'erano cospicui interessi petroliferi. L'area degli scontri era a ridosso dei ricchi giacimenti di greggio e un rapporto di Amnesty International attribuisce proprio alle milizie di Matip la responsabilità di stupri e violenze commessi nei villaggi della zona, per costringere la gente a fuggire.....
....Heilberg ha tentato con avverse fortuna di entrare nel business del petrolio del Sudan, ma ora sembra intenzionato a dedicarsi soprattutto all'agricoltura e spera quindi di coltivare grano, pomodori, cipolle e altre verdure entro l'estate del 2010. Non ha voluto rivelare quanto ha pagato i suoi 400.000 ettari, e alcuni esperti dubitano che possa accampare diritti su un territorio così vasto. La Jarch ha annunciato però di voler raddoppiare il suo patrimonio fondiario.
La società newyorkese promette non solo di creare lavoro in Sudan, ma anche di investire il 10% dei profitti nella regione del Mayom, dove si trova la terra......
....Con altre premesse è pronto a scommettere esclusivamente sulla terra africana anche un fondo inglese.
Emergent Asset Management, gestore di hedge fund della City ha lanciato a marzo 2009 l'African Agricultural Land Fund, che sta comprando circa 150.000 ettari di terra in 14 paesi dell'Africa Subsahariana: dal Mozambico all'Angola, dalla Repubblica Democratica del Congo al Botswana.
"Sappiamo che in molte aree dell'Africa si corrono rischi legati all'instabilità, che noi tentiamo di contenere diversificando gli investimenti. Abbiamo, comunque, scelto di avventurarci a sud dell'Equatore perchè lì c'è una delle più vaste riserve d'acqua dolce del mondo e terra potenzialmente coltivabile per un'estensione pari a due volte la Francia" spiega Paul Christie, marketing manager di Emergent.
Emergent costituirà una società per gestire direttamente la terra acquistata, sulla quale intende coltivare vari tipi di cereali, verdure e frutta, ma anche allevare pecore e bovini. I prodotti saranno destinati in parte al mercato locale e in parte all'esportazione.
Di fronte alle accuse di "neocolonialismo" che hanno riguardato molti investimenti in via di sviluppo Christie replica: "Il nostro fondo è socialmente responsabile, vogliamo addestrare e impiegare gente del luogo, migliorando la qualità della loro vita. Per questo abbiamo intenzione di costruire anche scuole, agendo insieme ai governi locali."
Susan Payne, amministratore delegato dell'hedge fund britannico ribadisce che il loro progetto suscita solo entusiasmo.
"Senza capitali privati come i nostri, non ci sarebbe la spinta necessaria a far partire una rapida crescita dell'agricoltura africana e, francamente, nessun altro settore".
Sebbene manchino dati consolidati, il ritmo al quale fondi e società private stanno investendo nella terra è considerevole...
La prospettiva di profitti migliori e soprattutto più stabili, anche se di lungo termine, è la logica che spinge gli investimenti nell'agricoltura di fondi e aziende private.
Anche alcuni stati, attraverso i loro fondi sovrani, comprano o affittano terra altrove. Paesi come la Cina e l'India con una popolazione in rapida crescita che a ritmi altrettanto veloci muta le abitudini alimentari, sono già oggi alle prese con un territorio degradato e risorse idriche in declino. E si interrogano su come faranno a garantire ai propri abitanti un'adeguata alimentazione anche nei prossimi decenni. Un dilemma che si fa ancora più acuto in un'area come quella del Golfo Persico dove il petrolio regala ricchezze che a nulla valgono se non riescono a comprare cibo a prezzi ragionevoli. Per questo gli sceicchi hanno deciso che i proventi dell'oro nero devono essere convertiti in un'assicurazione sul futuro alimentare: ettari in Africa, Asia e America Latina, dove coltivare grano, riso, frutta e verdura per le tavole del Medio Oriente.
La sfida del Dragone. C'è chi sostiene che siano già un milione, ma questo tipo di calcoli è tutt'altro che semplice. Ciò di cui Liu Jianjun si dice certo è che dalla provincia di Hebei ne sono partiti almeno 10 mila. Si tratta di contadini cinesi che hanno lasciato, per alcuni anni o per sempre, la Repubblica Popolare alla volta dell'Africa.
La Cina ha troppi abitanti e troppa poca terra. In Africa c'è terra in abbondanza e pochissimi contadini.
La Repubblica Popolare Cinese ha il 20% della popolazione mondiale e solo il 7-9% della terra coltivabile.
Un problema che assilla da anni il Partito Comunistra Cinese.
A partire dal 2000, nel corso del X piano economico quinquennale, la metà dei nuovi indediamenti urbani, delle fabbriche e delle strade che hanno accompagnato la galoppata del PIL cinese, erano stati costruiti su aree dove prima crescevano riso e grano.
Alle condizioni attuali è piuttosto difficile garantire al paese una fornitura sicura di cereali.
Allarmato, il governo ha inasprito i controlli sulla trasformazione della terra coltivabile in aree edificabili, ma la rapida urbanizzazione dei cinesi è un affare troppo ghiotto.
La legge prevede risarcimenti fino a 30 volte il profitto medio realizzato nei 3 anni precedenti, per la conversione di un lotto agricolo in un quartiere o in una zona industriale.
La prospettiva dei lauti guadagni potrebbe spingere i governi locali a permettere simili operazioni.
Poca acqua e terra scarsa. La linea rossa fissata dal governo di Pechino è 120 milioni di ettari: l'estensione minima di terra coltivabile necessaria per riuscire a nutrire
1 miliardo e 300 milioni di cinesi. Un limite al quale la Repubblica Popolare è già pericolosamente vicina tanto che a marzo 2009 è stato sospeso l'ambizioso programma di riforestazione delle cosidette aree marginali: terreni non particolarmente fertili che in passato erano stati seminati a mais, riso o soia proprio per far fronte alla crescente domanda di cibo. Lo scopo del piano è di piantare al posto dei cereali, nel tentativo di bloccare il degrado del suolo e conservare le scarse risorse idriche. Intere regioni ridotte alla sete, terreni inquinati dai miasmi delle industrie, che stanno progressivamente divorando campi e risaie, sono fenomeni tutt'altro che inconsueti in Cina. A febbraio 2009, una delle più acute siccità degli ultimi 50 anni, ha colpito 5 milioni di persone e 2,5 milioni di capi di bestiame nelle province di Hebei e Henan. "il fiume è senz'acqua da 30 anni" raccontava Li Yunxi, anziana contadini dell'Hebei. Il pozzo di casa sua è asciutto da 10 e per riuscire a irrigare i campi deve fare affidamento sull'acqua pompata a costi proibitivi dal sottosuolo e sempre più in profondità. All'inizio erano 30-40 metri, ora siamo a 100...
A Pechino l'acqua si pesca ormai a 1.000 metri sotto terra ed oltre 300 milioni di persone che vivono nelle aree rurali della Cina non hanno accesso all'acqua potabile. Già oggi 400 delle 600 città cinesi sono alle prese con difficoltà nell'approvigionamento idrico. Secondo le stime il paese avrà bisogno di altri 40 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno per far fronte alle esigenze degli abitanti dei centri urbani. La Cina si trova davanti a una situazione spaventosa.
Uno dei principali problemi cinesi è la gestione delle acque reflue. Nel solo 2006 fabbriche e città hanno riversato nei fiumi e nei laghi quasi 54.000.000.000 di tonnellate di materiali tossici e inquinanti, non di rado capita che centinaia di migliaia di persone restino senz'acqua a causa di qualche stabilimento che si disfa di residui chimici o acidi semplicemente scaricandoli nel più vicino corso d'acqua. C'è chi sostiene che la Cina finirà per importare tank di acqua dolce come importa barili di petrolio. Il degrado non riguarda soltanto il già scarso patrimonio idrico, ma anche quello agricolo, altrettanto compromesso. Un sesto della terra coltivabile cinese è inquinata da metalli pesanti, il 40% sta degenerando a causa dell'erosione e della desertificazione. Se si avverano le più nefaste previsioni sul cambiamento climatico e la temperatura sale di 2,5-3 gradi, la Cina vedrà svanire 50.000.000 di ettari di campi entro i prossimi 20-50 anni e nel frattempo i cinesi saliranno a 300 milioni in più.
Lo spettro della grande carestia, che tra il 1958 e il 1961 causò la morte di 36.000.000 di persone, aleggia ancora con prepotenza. Zhou Siyu, contadina dello Shandong, ricorda come la gente "fosse costretta a mangiare la corteccia degli alberi" per tentare di sopravvivere.
La Cina agli occhi del mondo è una grande potenza economica, ma la maggior parte delle famiglie della Repubblica Popolare ha un reddito ancora basso e ne spende un terzo per comprare da mangiare. A febbraio 2009 il cibo costava il 23,3 % in più dello stesso mese di due anni prima, da qui la decisione di accantonare da salvaguardia del suoo e il bene delle generazioni future per sfamare quelle attuali.
Secondo He Xuegong, analista al Beijing Orient Agribusiness Consultant, già entro 8-10 anni sarà molto difficile assicurare forniture regolari di cibo, per cui alla Cina non resta altra scelta che investire all'estero.
Nel 2008 è nata la discussione sull'opportunità di acquisire terreni coltivabili in altri paesi. Stati che il Governo di Pechino è pronto a corteggiare con visite ufficiali ad alto livello, prestiti favorevoli, accordi economici e culturali, secondo i canoni della strategia che ha permesso la straordinaria avanzata cinese in Africa e America Latina.
Nello straordinario safari economico che in pochi anni ha portato la Cina ad essere uno dei principali partner dell'Africa, non mancano gli esempi di accordi opachi, atteggiamenti predatori e spregio per le regole.
